La donna di Einstein

Un romanzo che ripercorre la vita della donna che ha amato, supportato e affiancato Albert Einstein, la mente più geniale del XX secolo.

La donna di Einstein di Marie Benedict

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C’è un personaggio nella vita di Albert Einstein senza il quale la sua storia – e la nostra – non sarebbero quello che sono. Fu il suo più grande amore, ma anche qualcosa di più: la donna che lo ispirò, lo incoraggiò e lo aiutò a concepire quella formula che avrebbe cambiato il mondo. Mitza Maric era sempre stata diversa dalle altre ragazzine. Appassionata di numeri, fu la prima donna a iscriversi a fisica all’università di Zurigo, più interessata a quello che non a sposarsi come la maggior parte delle sue coetanee. E quando a lezione incontrerà un giovane studente di nome Albert Einstein, la vita di entrambi prenderà la strada che era fin dall’ inizio scritta nel destino. La loro sarà un’incredibile unione di anime e menti, un amore romanzesco e tormentato, destinato a finire e, allo stesso tempo, a restare nella storia.

Nikola Tesla

Nikola Tesla

Essendo molto appassionata di teorie del complotto ho deciso di guardare un documentario e, più in generale, di informarmi sulla vita di un genio che ingiustamente in passato è stato screditato: Nikola Tesla.
Nato in una cittadina serba nel 1856, fin da bambino era attratto dalla scienza e dalla tecnica; all’età di quattro anni, ad esempio, rimase colpito quando, strofinando una mano sul pelo del suo gatto, notò il formarsi di scintille. Questo lo incuriosì a tal punto da farlo appassionare per tutta la vita ai fenomeni elettrici.
Già all’età di diciassette anni, oltre ad avere un’eccellente memoria fotografica e a conoscere nove lingue straniere, era in grado di visualizzare nella sua testa invenzioni, assemblarle, testarle e smontarle come se fossero state davanti a lui materialmente; sosteneva inoltre di non riuscire a distinguere l’immaginazione dalla realtà.
Tesla era ingegnere elettrico, fisico e inventore, anche se lui si definiva un semplice sognatore.
Fu assunto da Thomas Edison il quale, osservando i suoi studi, si rese conto dell’intelligenza fuori dal comune del suo collega. Iniziò così a temere la sua concorrenza.
Tesla in tutto ciò studiava ed effettuava esperimenti sul sistema di corrente alternato polifase (utilizzato attualmente) e, a causa dell’invidia dell’altro, nacque una rivalità che fu poi chiamata “Guerra delle Correnti”.
Alla fine “vinse” Tesla contro il sistema a corrente continua di Edison, ritenuto oggigiorno insufficiente e troppo dispendioso.
Nel 1899 a Colorado Springs condusse una delle sue ricerche più importanti che, purtroppo, non poté portare a termine. Scoprì che era possibile trasmettere per media naturali (acqua, terra, atmosfera) energia senza l’utilizzo di alcun filo conduttore; quest’energia poteva essere ricavata dalla cosiddetta “Cavità di Schumann”, ossia uno spazio di 60 km che circonda la Terra tra la ionosfera e la superficie terrestre che è risonante e tridimensionale. L’idea di Tesla era quella di immettere con un trasmettitore energetico un grosso impulso di energia nella cavità e, quando questo fosse tornato, sarebbe stato colpito con un altro impulso elettrico al momento giusto. Il procedimento sarebbe andato avanti fino a che non avesse raggiunto tanta energia da farla diventare una risorsa che sarebbe poi dovuta essere portata indietro tramite un’antenna adeguata.
Lo scopo del progetto era quello di fornire in egual modo energia a tutti gli abitanti della Terra, senza distinzioni: con il suo sistema, infatti, chiunque avrebbe potuto rifornirsi semplicemente piantando un’antenna nel proprio giardino.
Quando però il suo finanziatore, che era anche colui che ai tempi deteneva il monopolio del mercato del ferro e dell’acciaio, scoprì  ciò che tale scoperta avrebbe comportato (ossia la sua compromessa commerciale), decise di fermare il progetto e di conseguenza il grande sogno di Tesla.
Ciò che mi colpisce così tanto di questo genio (oltre alle sue grandi invenzioni che rivoluzionarono il XX secolo) è il motivo delle sue ricerche. Più volte affermò che non gli interessava il denaro o la fama, ma ciò che realmente importava era il bene dell’umanità; ad esempio, per evitare che certe sue scoperte finissero in mani sbagliate, spesso non le divulgava. Né l’ascesa al potere, né il successo personale furono mai il suo obiettivo.
Quello che più non tollero è come nonostante le sue nobili intenzioni fu così aspramente giudicato, ridicolizzato, screditato e boicottato dai suoi contemporanei.
Ancora oggi molte persone non sanno che invenzioni quali la radio (attribuita erroneamente a Marconi), i raggi X, il neon, il telecomando, la robotica, il laser e molte altre ancora sono tutte opera sua.
L’unico errore di Tesla fu quello di essere un genio, un uomo troppo avanti per il suo tempo.
                                                             di  Francesca Pollono classe 3 EL

Fonte: “Scoperte scientifiche non autorizzate”
“I segreti perduti di Nikola Tesla”

Contro l’ora di matematica

di Paul Lockart

Un manifesto per la liberazione di professori e studenti

“Se ci si concentra sul che cosa, e si tralascia il perché, la matematica si riduce a un guscio vuoto. La matematica è l’arte della spiegazione. Se si nega agli studenti l’opportunità di porsi i propri problemi, elaborare le proprie congetture e le proprie scoperte, sbagliare, essere creativamente frustrati, avere un’ispirazione, si nega loro la matematica stessa.” Paul Lockhart spiega in questo appassionato e appassionante pamphlet che occorre restituire alla matematica il suo lato creativo e giocoso, riscoprire e trasmettere ai ragazzi lo slancio immaginativo e la sfida mentale che da sempre anima i matematici, perché “non c’è nulla di così onirico e poetico, nulla di così radicale e sovversivo, e psichedelico, quanto la matematica”.

presentazione libro

 

Piergiorgio Odifreddi
CARO PAPA, TI SCRIVO

Un matematico ateo a confronto con il papa teologo
Arnoldo Mondadori Editore

 

Con l’ Autore ne parlerà Moni Ovadia

Lunedì 16 maggio ore 18.30
Teatro Franco Parenti MILANO
Ingresso libero fino ad esaurimento posti

Nell’autunno del 1959 Piergiorgio Odifreddi varcò la soglia del Seminario di Cuneo. La sua intenzione era quella di diventare un giorno papa, e benedire da una finestra di Piazza San Pietro la folla estasiata. Ma presto imparò che «il cammino che porta al soglio pontificio è più accidentato e tortuoso di quanto un bambino avesse ingenuamente potuto immaginare». E, soprattutto, che «per poter un giorno comandare bisognava iniziare subito a obbedire» e a essere rispettosi: cosa che già allora non gli piaceva particolarmente. Cinquant’anni dopo, il matematico impertinente ricorda quei tempi e, contenendo per una volta il suo abituale tono urticante e provocatorio, scrive con grande rispetto e sincerità a chi papa lo è diventato per davvero. Anche se, da scienziato, non abiura al dovere intellettuale di rimanere saldamente ancorato ai fatti della realtà fisica, storica e biologica. Ed è dunque costretto a confutare punto per punto il teologo Joseph Ratzinger, che crede invece in ciò che va «oltre» la realtà e sconfina nella metafisica, nella metastoria e nella metabiologia. In questa lettera si confrontano così due metodi, due atteggiamenti, due visioni del mondo. Da un lato il «comprendere per credere», che accetta prudentemente di dar credito soltanto a ciò che si capisce e si conosce. E dall’altro il «credere per comprendere», che si azzarda a scommettere su ciò che ancora non si capisce o non si conosce, nella speranza che tutto poi si chiarificherà o giustificherà. Ma, soprattutto, in questa lettera si contrappongono due Credi. Da un lato, il Credo canonico dei fedeli, commentato da Ratzinger nella sua memorabile Introduzione al cristianesimo. E dall’altro il Credo apocrifo dei razionalisti, enunciato da Odifreddi in una lettera che si presenta come un’altrettanto memorabile introduzione all’ateismo

L’Uomo che amava solo i numeri: la storia di Paul Erdös, un genio alla ricerca della verità matematica

 
Con questo libro Paul Hoffman ci racconta la vita di Paul Erdös (Budapest 1913 – Varsavia 1996), geniale ed eccentrico matematico ungherese, che dedicò letteralmente tutta la sua vita alla ricerca matematica. Erdös fu il matematico più prolifico del Novecento (circa 1500 i suoi lavori pubblicati, soprattutto nel campo della Teoria dei numeri): egli non solo era alla continua ricerca di soluzioni a problemi dati, ma anche alla ricerca dei problemi stessi, che proponeva e condivideva con chiunque fosse interessato. Senza fissa dimora, accompagnato solo da una valigia e da un sacchetto di plastica, Erdös viaggiava da una nazione all’altra; sopravvisse soltanto grazie alle cure degli amici matematici, felici di poterlo ospitare in cambio di contributi alle loro ricerche e di nuovi problemi da indagare. Il suo motto fu “another roof, another proof” (“un altro tetto, un’altra dimostrazione”) e numerosissime furono le sue collaborazioni, tanto da far nascere il cosiddetto “numero di Erdös” assegnato ad personam. Il “numero 1″ è assegnato ai matematici che hanno lavorato con lui (i numeri 1 nel mondo sono 462!!!), mentre il “numero 2″ viene assegnato a chi abbia lavorato con un “numero 1″ e così via.
La collaborazione e la condivisione erano aspetti fondamentali nella ricerca di Erdös, che si impegnava anche nello scoprire e nell’incoraggiare nuovi talenti matematici.
“Vegre nem butulok tovabb”
(“E infine mai diventerò più stupido”)
[Epitaffio di Erdös]

da leggere…

Amélie Nothomb parte da una situazione presente nei paesi opulenti: il reality televisivo e la partecipazione (emotiva) del pubblico; e lo estremizza.
Immagina, infatti, che questo si svolga in un campo di concentramento, che abbia come protagonisti kapò ed internati, rastrellati nelle strade di Parigi, che non solo siano trattati duramente, ma che vengano uccisi davvero.
L’idea del reality non è originale, lo è invece avere scelto il campo di concentramento, ossia la Memoria più atroce e terribile, che il ‘900 dovrebbe aver lasciato in eredità nella coscienza di ciascuno.

Qui la Nothomb gioca su due elementi:
da un lato sui rapporti nel campo di concentramento tra vittime e carnefici e sui rapporti delle vittime tra loro; dall’altro sui telespettatori, (e l’opinione pubblica), visti attraverso l’audience.

Il mondo dei telespettatori, che diventa la società tout court, ha soltanto un volto, non tante sfaccettature.
Il pubblico -ci fa capire la Nothomb- ha bisogno di identificazione-partecipazione nello spettacolo e, poiché l’identificazione-partecipazione si consuma rapidamente, ha bisogno di stimoli sempre più forti, che lo eccitino, che lo sorprendano fino a coinvolgerlo direttamente. Quindi quanto più lo spettacolo è atroce e diretto tanto più sale l’audience. Il pubblico tuttavia non si riconosce, condanna gli altri (spettatori), si fa innocente.

Quella che ne viene fuori è una rappresentazione ideologica o, se vogliamo, è il sentimento che la Nothomb proietta su una società la cui complessità si riduce a tal punto che la fa diventare completamente omologata, incapace, cioè, di esprimere individualità, rivolta.

Due sono i protagonisti, intorno ai quali scorrono gli altri: la bellissima Pannonique (definita nel campo CK2 114), colei che cerca, sperimentando(si), di conservare intatta la sua purezza, autonomia di giudizio e che, per questo, catalizza in sé amore, ammirazione, consenso, ma anche gelosia, risentimento; e la kapò Zdena, che trova la forza della propria identità nella sua capacità istintiva di picchiare, insultare, imporre, non provare pietà, e, per questo, viene odiata da spettatori e internati, ma che, innamorandosi ossessivamente di Pannonique, cambia e con un colpo di scena…..

Acido solforico è un romanzo che nasce da un’ideologia: l’individuo può essere oggi facilmente manipolato, senza che lo creda e lo pensi; e tuttavia esiste anche una minoranza, che vive criticamente… in molti casi la sua impotenza.
Quanti oggi in Italia rifiutano, infatti, “Il grande fratello” o similari non solo per ideologia, ma perché non vi provano piacere? Una minoranza forse, ma larga.